“Il resto è ossigeno” di Valentina Stella

“Il resto è ossigeno” di Valentina Stella (Sperling & Kupfer” è la storia di due genitori Arturo e Sara, e della loro bambina Giulia di 6 anni. 

Arturo, sposato con Sara da dieci anni, un giorno decide di andare via da casa, lasciando la moglie con un sms.

Senza dare spiegazioni.

Sara inizierà a riflettere sul suo rapporto di coppia per cercare di capire, ma alla fine rifletterà anche sulla sua vita di donna.

Negli stessi giorni Arturo ripercorrerà il suo passato e scoprirà se stesso.

In sottofondo una Torino splendente.


Un romanzo che sa parlare alle coppie di oggi, assorbite nel ruolo di genitori, ma sempre alla ricerca di se stessi.

Una storia che fa riflettere tutti, perché pone quelle domande che non ci si vorrebbe mai fare.

Sei felice? Sei innamorato? Cosa ti aspetta il futuro?

 



Ecco uno dei passaggi più belli, sulla maternità.

 

“L’incubo della brava mamma ti arriva in testa molto in fretta,

specialmente se soffri della sindrome della prima della classe, come me.

Il punto è che diventare mamma non è solo generare una vita,

un paio di occhi, di gambe, di braccia e un cuoricino

che sembra sempre che batte anche un po’ dentro la tua cassa toracica.

Diventare mamma è diventare qualcosa.

È acquisire un ruolo diverso nella vita e nel mondo.

E allora tu quel ruolo lo vuoi e lo devi svolgere al meglio

e più di ogni altra cosa devi dimostrare a tutto il coro greco che ti vive attorno,

e che sembra quasi attendere con aria speranzosa la tragedia, che sei brava, tranquilla, perfetta

e che non hai mai il minimo cedimento.

E se ce l’hai, che almeno sia il tipico baby blues dei primi mesi, che adesso per fortuna abbiamo il diritto di vivere.

Ma per carità che non sia rabbia, frustrazione, voglia di scappare in Australia lasciando tutti a casa

quando ormai tua figlia non è più una neonata.

Un giorno vai in ospedale a partorire sapendo che ti aspetta il lavoro più difficile del mondo,

sapendo che ti attendono notti insonni e pomeriggi di stanchezza feroce,

ma non sai ancora che stai per entrare in uno stadio pieno di persone sedute sugli spalti,

pronte ad applaudire estasiate o a darsi di gomito e dire “Eh sì però non si fa così”.

Ti ritrovi ai blocchi di partenza con le altre mamme

e tu sei già che saranno tutte più pazienti, più intelligenti, più sagge di te.

Poi a un certo punto i neonati diventano bambini e mini persone,

con i loro modi di dire le risate che solo a loro vengono proprio così,

e loro racconti e le loro visioni del mondo.

È in quel preciso momento che si trasformano in prove del nove viventi,

certificati stampati che con molta più precisione raccontano

– sempre a quel coro greco che ti porti dietro le spalle ogni giorno-

se hai passato gli esami della brava mamma o no. Se ti stai impegnando o no.

Perché ora possono mangiare con un braccio che penzola sotto il tavolo,

possono non dire grazie- prego -per favore,

possono avere reazioni scomposte

e a volte persino prendere a pugni un compagno di scuola.

E allora magari, mentre tu sei lì a farti domande e a chiederti come fare per migliorare la situazione,

senti un brusio lontano e se fai attenzione senti che qualcuno nel coro sta dicendo

“Vedi,  questa bambina ha sicuramente dei problemi in casa, povera piccola”.

A quel punto non hai nemmeno la forza di girarti e spiegare,

un po’ perché sei impegnata nell’educare, o anche correggere tua figlia,

e un po’ perché sai che ogni parola sarebbe inutile e muta

e soprattutto sai che nessuno del coro ripeterebbe mai ad alta voce la frase che ha appena sussurrato

“Ma sì sono bambini capita” ti sentiresti dire a voce alta leggendo in quegli occhi: capita ai figli di mamme cattive.

Se poi la tua vita scivola su un sentiero che non ti aspettavi nemmeno esistesse,

se la tua famiglia diventa in qualche modo diversa, allora il brusio del coro si fa quasi assordante,

e tu non riesci più a tendere l’orecchio, a distinguere le parole,

e l’unica cosa che vuoi e prendere per mano tua figlia,

correre a casa e stringerla forte guardando ET e mangiando un gelato.

In quel silenzio salvo, fatto di tenerezza anni 80,

che capisci di non essere di essere non una brava mamma,

ma l’unica mamma che saresti mai potuta diventare nella tua vita.

E sai che anche tu hai un cuore extraterrestre che si illumina nel petto, e anche tua figlia ce l’ha,

e quando vi stringete quel rosso illumina tutta la vostra vita, zittisce il coro

e annulla ogni rumore di sottofondo.”

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