Rientrare al lavoro

Quando sono rientrata al lavoro dalla mia prima maternità ero in tilt.

Avevo lasciato il mio bambino a mia madre in lacrime e con la febbre.
Gli avevo detto “Amore torno presto” e invece mentivo, sarei tornata otto ore dopo, otto lunghissime ore.
Mi sembrava così piccolo e fino a quel giorno ci eravamo allontanati solo per pochissimo tempo.

Avevo paura di perdere la nostra complicità.
Io sapevo cosa gli piaceva mangiare e qual era il suo gioco preferito.

Tutte le mattine stavamo ore nel lettone, io mi nascondevo dietro il cuscino e lui rideva.
Ora quei tempi lenti non ci sarebbero stati più.
La mattina avremmo dovuto correre per prepararci e uscire da casa.

A essere onesti il lavoro in quei mesi mi era mancato, mi piaceva seguire nuovi progetti.
Eppure quella mattina in macchina verso l’ufficio non mi importava più.

Non erano i sensi di colpa, sapevo che con mia madre stava bene.
Non erano le preoccupazioni di una mamma in ansia, sapevo che ce l’avremmo fatta.
Era qualcosa di fisico.
Era come se mi mancasse l’ossigeno.
Come se mi avessero tolto un pezzo di polmone e l’ossigeno non arrivasse al cuore.

Cercai di concentrarmi alla guida.
Maledetta coda.
Ogni minuto ferma, voleva dire un minuto in più lontano dal mio bambino.
Dovevo distrarmi.

Allora notai un cartellone pubblicitario enorme.
Un’organizzazione internazionale chiedeva un contributo per l’Africa.
Una madre con un bambino nella fascia e una scritta: aiutateci.
E io guardando quell’immagine scoppiai a piangere.
Chi avrebbe aiutato me?

Il rientro al lavoro dopo una lunga assenza è traumatico.
Vieni sballottata da un ufficio all’altro, tutti che chiedevano del bambino.
Quando mi misi al computer non ricordavo nemmeno le password.
E poi c’è stato il caffè alla macchinetta le battute sui capi e i miei aneddoti sulla cacca e sui pannolini.

E dopo finalmente il viaggio di ritorno,
una fuga più che un viaggio.
Il cuore batteva veloce.
Dovevo correre per tornare a respirare.

Salii di corsa e aprii la porta senza suonare.
Lui era sul tappeto con dei giochi in mano.
Appena mi vide li lasciò e gattonò verso di me e io corsi da lui.

Lo presi lo abbracciai lo baciai nella bocca negli occhi nelle guance rosse.
E mi sembrava diverso da come lo avevo lasciato, più grande.
Ed ero diversa pure io.
La lontananza ti fa capire quali sono le cose più importanti.

Sapevo che avrei dovuto affrontare un lungo periodo di separazioni.
Ma insieme avremmo trovato un nuovo equilibrio.
Piano piano e per forza.

Amore mio,
ora sei grande e vai a scuola.
Non piango più quando vado al lavoro.
Sono una mamma serena.
Ma non è stato facile.

Grazie a te e i tuoi fratelli ho cercato un lavoro più vicino a casa.
Ho modificato l’orario per stare più tempo con voi.
C’è voluto tempo e pazienza.
Ma con quelle lacrime e quelle separazioni ho capito
che un figlio è ossigeno.

Un figlio lo senti muovere nella pancia come se fosse un tuo organo.
Respira con te, mangia con te, vive con te.
Poi piano piano si allontana.
Nasce, cresce, impara a gattonare a camminare a parlare.

Sai che si separerà da te, è normale,
ma fa male comunque.
Perché è il tuo ossigeno
e non puoi farne a meno.

Allora impari ad accumulare più aria possibile quando si è insieme,
per resistere quando si è lontani.

E io quando sono con voi mi ricarico
perché voi siete il mio ossigeno.

Di Amelia Tipaldi